Poesie di Oscar Wilde, Atanasia


A quella squallida Casa dell'Arte, dove non manca nulla
Delle grandi cose strappate dagli uomini al Tempo,
Il corpo disseccato d'una giovane portarono,
Mietuta dalla morte anzi che la felice giovinezza solinghi
Dove giaceva nascosta nel grembo oscuro d'una piramide nera.

Ma, disciolta la benda che avvolgeva
Il corpo egiziano, oh, meraviglia!
Chiuso nel cavo della scarna mano, un granellino apparve,
Che, gettando entro la terra inglese, prodigiosa
Neve produsse di stellati fiori, ed esalò indicibili
Profumi al cielo della nostra primavera.


Tale fascino occulto era nel fiore,
Che l'asfodelo fu dimenticato,
E l'ape bruna, amorosa del giglio,
Lasciò la coppa usata per la nuova,
Che non sembrava cosa della terra,
Ma sottratta a un'Arcadia celestiale.

Invano il triste e pallido narciso
Si chinava sul fiume a contemplare il suo riflesso,
Non trovava gioia la libellula a tingersi le ali
Con il suo oro lucente, o a baciare
Il gelsomino o a spazzar via le gocce
Di pioggia dell'eucaride imperlata.

Per amor suo il fervido usignolo
Dimenticò i colli della Trancia, il re crudele,
E la stanca colomba non più curò di spiegarsi le vele
Pei boschi al tempo della fioritura,
Ma con l'ala d'argento e la sua gola d'ametista
Volava senza pace intorno a questo fiore dell'Egitto.

Mentre l'ardente sole fiammeggiava nella sua torre azzurra,
Un vento fresco scendeva dalla terra delle nevi,
E costellava il vento di scirocco le sue candide foglie
Di soave rugiada a stilla a stilla, quando Vespro
Spuntava di tra i prati verdemare
Del cielo, che il tramonto stria di rosso...

Ma quando, sopra i vasti campi tutti sparsi di gigli
L'amoroso canto cessavano gli uccelli stanchi, e grande
E scintillante come argenteo scudo alta appariva
La luna nel cielo di zaffiro, nessuno strano sogno
O crudele ricordo trascorreva come brivido
Per i tremolanti petali dei suoi fiori a uno a uno?

Oh, no! un millennio a questo niveo fiore
Parve appena l'indugio neghittoso d'una giornata estiva,
Mai conobbe la marea dei timori che deturpa
Le chiome d'oro del fanciullo in vizzo grigio,
Non l'angoscioso desiderio della morte, né come ogni vivente
Debba dolersi d'essere mai nato.

Con musiche e carole noi scendiamo a incontrare la morte,
Né vorremmo mai ripassare la porta d'avorio;
In quel mondo un fiume attendiamo di fluire pei campi
Ove gli umani hanno squallida sede, al tempestoso mare
Come un amante s'abbandona, e considera grande privilegio
Di fare tanto gloriosa fine

Il nostro alto vigore in vana lotta con le schiere del mondo,
Da vociante ambizione condotte, noi sciupiamo;
Esso mai non decade, ma dal puro sole guadagna,
E dall'aria sovrana, sempre più fresca vita; noi viviamo
Sotto il dominio mortale del Tempo,
Esso è figlio del secolo eterno.



Esprimendosi.com
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...